
Gomorra, questione ottocentesca
22 Novembre 2006Ben 144 anni prima del fenomeno mediatico di Roberto Saviano, che ha riportato l’attenzione di tutti gli italiani sull’emergenza criminalità in Campania, gli intellettuali, partenopei e non, additavano alle autorità le “classi pericolose” in Napoli (come le definiva Mastriani), all’indomani dell’Unità d’Italia.
1862. Un giovane intellettuale e giornalista fiorentino, Marco Monnier (che a Napoli tra l’altro gestiva un albergo pressapoco dove ora sorge la Questura), pubblica un volume dossier dal titolo “La Camorra” (l’anno dopo tradotto in francese col titolo “I Misteri di Napoli”) in cui viene lucidamente descritta l’organizzazione malavitosa che impera a Napoli. Per la prima volta la camorra è definita come “società segreta popolare” di cui viene messo in luce il carattere di associazione organizzata che persegue illecitamente precisi obiettivi di dominio e di ricchezza (un vero e proprio “sistema” la definisce oggi il romanzo di Saviano).
La camorra, scrive riferendo un detto pronunciatogli da un napoletano, fa cacciare l’oro dai pidocchi. Secondo Monnier infatti è fenomeno appartenente soltanto alle classi basse: trova i suoi affiliati tra il popolo ed ottiene introiti esercitando le armi dell’intimidazione e dell’estorsione sui “viziosi” e sui “vigliacchi”. Il trentacinquenne poligrafo, che riporta nel volume anche un piccolo vocabolario del linguaggio camorristico, fa risalire la nascita della camorra agli anni ‘20-’ 30 del suo secolo, poiché è da quegli anni che si possono rinvenire i primi documenti che ne attestano l’esistenza.




Interessante, la mala è una piaga che affonda le sue radici nell’800, e forse ancora prima. Saviano non ha scoperto nulla di nuovo e come gli intellettuali che lo hanno preceduto, resterà inascoltato.
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ottimo post per cominciare
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